Il calcio italiano deve smettere di cercare alibi

A cura di Filippo Vadalà Mental Coach & Tecnico del Comportamento Specialista in Performance Mentale, Leadership, Dinamiche di Squadra e Cultura della Prestazione Autore, formatore e consulente per lo sviluppo umano e sportivo

vadala' Filippo

6/7/20267 min read

Il calcio italiano deve smettere di cercare alibi: serve visione, competenza e coraggio.

<< " Aspetterò la fine di giugno con la speranza di fare questo benedetto salto tra i professionisti, perché credo di essermelo meritato con i fatti, con il lavoro, con il sacrificio, con la presenza, con i chilometri percorsi e con la capacità di incidere realmente dentro le dinamiche di una squadra. Allo stesso tempo, però, sono perfettamente consapevole di muovermi dentro un calcio spesso malato, chiuso, vecchio, impaurito dalle competenze nuove e ancora troppo legato a logiche che non hanno più nulla a che vedere con la crescita, la modernità e la costruzione di società sportive realmente evolute.">>

Quello che sto leggendo e osservando in questi giorni è francamente assurdo. Si continua ad assistere a una sorta di lotteria di allenatori, dirigenti, collaboratori, consulenti e figure tecniche che girano sempre negli stessi circuiti, spesso senza un vero criterio progettuale, senza una visione nuova e senza la capacità di leggere ciò che il calcio moderno richiede davvero. Sembra quasi che in certe realtà non contino il metodo, l’aggiornamento, la capacità di costruire ambienti, la gestione delle persone, la conoscenza delle dinamiche comportamentali o la possibilità di inserire figure professionali capaci di portare valore. Conta ancora troppo spesso il nome, il giro giusto, la conoscenza giusta, la promessa giusta, la solita narrazione confezionata bene per chi deve decidere ma non sempre ha gli strumenti per valutare davvero.

Ed è qui che nasce il problema. Il calcio italiano, soprattutto in alcune categorie, continua a riproporre la stessa minestra: gli stessi modi di pensare, gli stessi atteggiamenti, gli stessi personaggi, le stesse frasi fatte, le stesse chiusure mentali. “Qui comando io”, “il gruppo lo gestisco io”, “lo spogliatoio lo teniamo noi”, “queste cose le abbiamo sempre fatte così”. Frasi che sembrano mostrare sicurezza, ma che spesso nascondono paura. Paura di delegare. Paura di aprirsi. Paura di inserire competenze nuove. Paura che qualcuno possa osservare, leggere, comprendere e magari evidenziare limiti che per anni sono stati coperti dall’autorità del ruolo.

Il calcio di oggi non è più quello di trent’anni fa. Non basta più allenare la tattica, preparare la partita, fare due discorsi motivazionali e pensare che il gruppo segua per automatismo. Il calcio attuale è complesso, veloce, emotivamente esigente, pieno di pressioni, aspettative, dinamiche interne, comunicazioni visibili e invisibili, fragilità individuali, leadership da costruire e comportamenti da educare. Una squadra non è semplicemente un insieme di calciatori messi dentro uno spogliatoio. Una squadra è un sistema umano, tecnico, emotivo e comportamentale. Chi non comprende questo continuerà a confondere la gestione del gruppo con il controllo del gruppo, la leadership con l’autoritarismo, l’esperienza con l’abitudine e la prudenza con la paura.

La cosa più grave è che molte società, soprattutto quelle nuove o inesperte, finiscono per affidarsi ai soliti personaggi del calcio, a quei profili che sanno vendersi bene, che conoscono i meccanismi, che parlano il linguaggio giusto al momento giusto, ma che spesso arrivano da percorsi già consumati, da esperienze fallimentari, da ambienti collassati o da contesti in cui non hanno lasciato vera crescita. Eppure vengono riproposti, ricollocati, rilanciati, come se il passato non contasse mai. Si parla di progetto, ma poi si scelgono uomini senza progetto. Si parla di crescita, ma poi ci si affida a chi ha sempre difeso il proprio orticello. Si parla di modernità, ma poi si costruiscono staff chiusi, diffidenti e incapaci di accogliere figure che potrebbero realmente portare un boost importante.

Questo è uno dei nodi più delicati del calcio italiano: la difficoltà di delegare. Il leader vero non è quello che accentra tutto, non è quello che ha bisogno di controllare ogni area per sentirsi forte, non è quello che teme le competenze altrui perché le vive come una minaccia alla propria autorità. Il leader vero è quello che sa costruire un sistema intorno a sé, che si circonda di professionisti preparati, che sa ascoltare, che sa integrare, che sa valorizzare chi porta competenza specifica. Un allenatore moderno non perde potere se inserisce una figura che lavora sulla comunicazione, sulla prestazione mentale, sulla gestione delle pressioni o sulle dinamiche comportamentali. Al contrario, aumenta la qualità del proprio lavoro, perché accetta che la complessità non si governa da soli.

E invece, troppo spesso, si sentono ancora giustificazioni ridicole: “il gruppo lo gestiamo noi”, “la testa dei calciatori la conosciamo noi”, “non servono altre figure”, “abbiamo sempre fatto così”. È esattamente questo il punto: avete sempre fatto così, e infatti il sistema è rimasto indietro. Mentre fuori dall’Italia, anche in contesti calcistici meno celebrati, si lavora da anni su metodologie nuove, staff integrati, analisi dei dati, cura della performance mentale, sviluppo del giovane calciatore, educazione alla responsabilità, costruzione dell’identità societaria e gestione professionale degli ambienti, qui spesso siamo ancora fermi al sospetto verso chi porta idee nuove.

Il calcio estero, anche quello meno mediatico, ha iniziato da tempo un processo di modernizzazione. In alcune realtà si è avuta l’umiltà di riconoscere che per anni erano stati trascurati aspetti fondamentali: il comportamento, la cultura del lavoro, la comunicazione, la gestione dell’errore, la crescita personale dell’atleta, la formazione dell’uomo prima ancora del calciatore. Questa assunzione di responsabilità ha permesso a molti club e movimenti calcistici di evolversi, creare valore, formare calciatori più consapevoli e costruire ambienti più sani. In Italia, invece, si preferisce spesso cercare alibi. Quando le cose non funzionano, la colpa è della federazione, della politica interna, dei giovani che non sono più quelli di una volta, della società, dei procuratori, della piazza, della pressione, della mancanza di pazienza, della biologia, dell’antropologia, di tutto tranne che delle scelte fatte.

Questa incapacità di assumersi responsabilità è forse il male più grande. Perché fino a quando non si avrà il coraggio di dire che il calcio italiano è rimasto indietro in molte sue strutture, continueremo a raccontarci storie comode. Continueremo a pensare che basti cambiare allenatore per cambiare mentalità, che basti prendere un direttore per costruire un progetto, che basti parlare di settore giovanile per formare davvero i giovani, che basti usare parole come “programmazione”, “identità” e “valori” per avere davvero una cultura societaria. Ma la verità è che la cultura non si dichiara, si costruisce. La visione non si annuncia, si dimostra. La competenza non si improvvisa, si pratica ogni giorno.

Serve anche il coraggio di dire che nel calcio ci sono troppi lestofanti, troppi opportunisti, troppi personaggi che vivono di rendita, troppi professionisti solo di facciata, troppi uomini capaci di inserirsi nei sistemi deboli e inesperti promettendo risultati che poi non arrivano mai. Persone che pensano prima al contratto, alla posizione, alla convenienza personale, alla tutela del proprio spazio, e solo dopo eventualmente alla crescita reale del club. Questo non significa fare di tutta l’erba un fascio, perché nel calcio esistono anche professionisti seri, allenatori preparati, dirigenti illuminati e società che provano davvero a costruire qualcosa. Ma bisogna avere l’onestà di riconoscere che il sistema è spesso contaminato da figure che non portano evoluzione, ma conservazione; non portano competenza, ma appartenenza a certi giri; non portano progetto, ma sopravvivenza personale.

Le società devono svegliarsi. Devono capire che scegliere le persone sbagliate non è un dettaglio, è una responsabilità enorme. Affidare un’area tecnica, uno spogliatoio, un progetto sportivo o un percorso di crescita a chi non ha visione significa compromettere non solo una stagione, ma anche il patrimonio umano, tecnico ed economico del club. Ogni scelta sbagliata costa: costa tempo, costa credibilità, costa relazioni, costa denaro, costa entusiasmo, costa prospettiva. E la cosa più grave è che spesso questi errori vengono ripetuti perché manca una vera capacità di analisi. Si guarda il curriculum, ma non si guarda cosa è stato realmente costruito. Si ascoltano le parole, ma non si verificano i comportamenti. Si valuta il nome, ma non l’impatto prodotto negli ambienti precedenti.

Il calcio moderno richiede un cambio di paradigma. Non basta più scegliere chi ha allenato in una certa categoria, chi conosce qualcuno, chi ha il procuratore giusto o chi garantisce una falsa tranquillità. Bisogna scegliere chi sa costruire. Chi sa lavorare in equipe. Chi sa valorizzare le competenze. Chi sa leggere le persone. Chi sa prendersi responsabilità. Chi sa aggiornarsi. Chi sa ammettere di non poter fare tutto da solo. Chi non teme una figura professionale in più, ma la considera una risorsa. Chi comprende che una squadra vincente non nasce solo dal modulo, ma dall’ambiente che respira ogni giorno.

Oggi una società che vuole davvero crescere deve integrare competenze diverse: area tecnica, area atletica, area mentale, area comportamentale, comunicazione, match analysis, scouting, gestione interna, formazione dello staff, cura della leadership, rapporto con i giovani, rapporto con le famiglie nei settori giovanili, gestione della pressione nei momenti decisivi. Tutto questo non è un lusso. È la normalità del calcio moderno. Chi lo considera superfluo non sta risparmiando, sta rinunciando a crescere.

La speranza è che prima o poi si riescano a scardinare queste convinzioni limitanti, perché il calcio italiano ha ancora risorse enormi, passione, piazze importanti, giovani interessanti, competenze valide e società che potrebbero svilupparsi molto di più se solo avessero il coraggio di uscire dai soliti schemi. Ma per farlo serve una presa di coscienza. Serve smettere di proteggere i soliti circuiti. Serve smettere di affidarsi a chi promette ma non costruisce. Serve smettere di temere le professionalità nuove. Serve smettere di considerare la delega come una debolezza. Serve soprattutto una nuova cultura della responsabilità.

Perché alla fine il calcio presenta sempre il conto. Lo presenta sul campo, nei risultati, nella crescita dei calciatori, nella tenuta dello spogliatoio, nella credibilità della società, nella capacità di attraversare le difficoltà senza crollare. E quando quel conto arriva, non si può continuare a dire che la colpa è sempre degli altri. A volte bisogna avere il coraggio di guardarsi allo specchio e dire: abbiamo scelto male, abbiamo pensato vecchio, abbiamo avuto paura di cambiare, abbiamo protetto il sistema invece di migliorarlo.

Io continuerò a fare il mio percorso, con la consapevolezza di aver dimostrato sul campo, nei fatti e nel lavoro quotidiano, di poter portare valore. Ma continuerò anche a dire con chiarezza che il calcio italiano, se vuole davvero tornare a crescere, deve liberarsi da una mentalità vecchia, chiusa e autoreferenziale. Deve aprire le porte alla competenza, alla modernità, alla collaborazione e alla responsabilità. Deve scegliere meno personaggi e più professionisti. Meno alibi e più metodo. Meno ego e più visione.

Perché il futuro non lo costruisce chi urla di più, chi comanda di più o chi protegge meglio il proprio posto. Il futuro lo costruisce chi ha il coraggio di cambiare davvero.

Filippo Vadalà
Mental Coach & Tecnico del Comportamento
Specialista in Performance Mentale, Leadership, Dinamiche di Squadra e Cultura della Prestazione
Autore, formatore e consulente per lo sviluppo umano e sportivo